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L’invasione dell’Ucraina da parte del Cremlino fornirà agli storici del futuro il segno più chiaro della fine di quello che era un ordine mondiale post-Guerra Fredda, basato sul libero mercato internazionale.

Ma cosa succederà alla globalizzazione a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni? 

Demolizione di un ordine mondiale o rinascita della globalizzazione?

Larry Fink, amministratore delegato del più grande gestore patrimoniale del mondo, BlackRock, ha scritto a marzo agli azionisti: “L’invasione russa dell’Ucraina ha posto fine alla globalizzazione che abbiamo sperimentato negli ultimi tre decenni”. 

Ma il modello di relazioni economiche del tardo ventesimo secolo stava tramontando fin dalla crisi finanziaria del 2007/8, se non prima.

Il commercio mondiale stava già rallentando. Nel ventennio 1987-2007 è cresciuto a un tasso medio annuo del 13%, ma tra il 2012 e il 2019 è sceso al di sotto del 4% annuo. 

Nel frattempo, è cresciuta l’inquietudine sociale. 

Movimenti nazionalisti-populisti in tutte le democrazie occidentali ha portato il sentimento anti-globalizzazione nel mainstream politico. 

La promessa di Donald Trump di abbattere “l’establishment” si è rivolta a una parte di popolazione che è stata penalizzata a causa della globalizzazione e della concorrenza internazionale. 

Le frustrazioni della classe operaia e della “fascia media” nei Paesi ad alto reddito hanno visto negli ultimi anni un significativo sostegno ai partiti populisti in Ungheria, Austria, Svizzera, Danimarca e Belgio, Italia. Anche nei Paesi Bassi, in Francia e in Germania, i politici che cercano di invertire l’agenda internazionalista dei loro Paesi sono stati vicini a sfondare alle elezioni. 

Nel Regno Unito, i referendum e le elezioni sono stati vinti e persi sull’immigrazione e sulla sovranità.

Il Covid ha accelerato il cambiamento.

Il commercio tra le nazioni è stato messo a dura prova da blocchi e controlli, mentre la pandemia ha dimostrato la debolezza della cooperazione istituzionale sovranazionale. 

Le organizzazioni multilaterali, come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, si sono dimostrate quasi impotenti. I singoli Paesi hanno reagito per conto proprio alla crisi economica e di salute pubblica che stava emergendo. 

L’Unione Europea ha faticato a negoziare un meccanismo di sostegno reciprocamente accettabile, così come le quattro amministrazioni del Regno Unito hanno mostrato tutt’altro che unità.

L’emergenza Covid – rafforzata più di recente dalla guerra di Putin contro l’Ucraina – ha messo in luce per le imprese la fragilità di un sistema di approvvigionamento a lunga distanza, allo stesso modo della massiccia delocalizzazione (vedere l’esempio delle mascherine). 

I missili che esplodono in Ucraina, a poca distanza dal confine polacco sono la prova lampante che l’architettura globale del XX secolo non solo ha fallito il suo obiettivo centrale di garantire la pace in Europa, ma ha messo a rischio la stabilità economica globale. 

Siamo ormai ben consapevoli della dipendenza della Germania e dell’Italia dal gas russo, della dipendenza dell’EMEA ( Europa, Middle East, Africa) dai prodotti alimentari provenienti dall’Ucraina e della criticità delle materie prime e dei componenti di entrambi i Paesi per l’industria automobilistica mondiale. 

La globalizzazione ha portato interdipendenza.

Mark Pragnell, Clare Leckie e Rebecca Munro di Pragmatix Advisory hanno delineato tre ampi scenari per il futuro al di là dell’attuale globalizzazione. 

Sebbene siano stati elaborati l’anno scorso, prima dell’aggressione militare della Russia, questi scenari rimangono salienti e riflettono la possibilità che le tendenze rallentino o addirittura si invertano:

Internazionalismo più debole – dove le tendenze alla globalizzazione pre-pandemica continuano, anche se più lentamente, e con molti ostacoli politici da superare.

Nuovo nazionalismo economico – un’inversione parziale della globalizzazione con un maggiore protezionismo.

Economia di blocco – dove l’integrazione economica e normativa tra i Paesi continua all’interno dei blocchi geopolitici, come l’Unione Europea, ma questi diversi gruppi divergono.

Ogni scenario racchiude nuove opportunità per la finanza internazionale e l’offshore, benché creati per facilitare la globalizzazione.

I centri finanziari internazionali sono cresciuti grazie alla globalizzazione e oggi ospitano un sofisticato ecosistema mondiale di avvocati, contabili, esperti di corporate governance, banchieri, gestori di fondi e altri professionisti esperti nel facilitare il commercio transfrontaliero, gli investimenti e la mobilità del lavoro. 

Tutto ciò indirizzato a tre grandi mercati.

Primo, la gestione del patrimonio familiare. Il settore aiuta le famiglie e gli individui a gestire e proteggere il loro patrimonio in tutte le nazioni e ne facilita la mobilità internazionale. I servizi spaziano dall’amministrazione dei patrimoni delle famiglie alla pianificazione successoria, fino ai servizi bancari al dettaglio per gli espatriati.

Questo settore è in continua crescita, con i benestanti che aumentano costantemente di numero. 

Secondo, la crescita aziendale: aiutare le imprese e le istituzioni a svolgere le loro attività oltre confine. Questo può spaziare da fusioni, acquisizioni e joint venture all’acquisto, alla cessione e alla protezione di beni, all’assicurazione e all’accesso ai capitali, nonché all’operatività in nuovi mercati. 

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) riferisce che il numero di imprese multinazionali è cresciuto di oltre un terzo in dieci anni, mentre il volume del commercio internazionale è più che raddoppiato in due decenni. I dati delle Nazioni Unite indicano che gli investimenti diretti esteri sono cresciuti del 50% in termini reali in 15 anni.

Terzo, gli investimenti finanziari: sostenere la raccolta, l’impiego e la distribuzione efficiente del risparmio per diversificare il rischio e migliorare i rendimenti operando in più giurisdizioni. 

Ciò include l’amministrazione e la gestione di fondi, trust, società a responsabilità limitata e altre strutture per investitori in real estate, private equity, venture capital e pensioni. Il totale delle attività di investimento finanziario  riportate nell’indagine coordinata dal Fondo Monetario Internazionale è cresciuto a un tasso annuo composto del cinque per cento, più che raddoppiando il proprio volume in termini reali tra il 2004 e il 2019.

Per quanto riguarda il settore “corporate”, dei tre scenari il primo è quello che porterà a minori cambiamenti nel settore offshore, sostanzialmente si continuerà ad operare come fatto finora, pur con una minore spinta all’internazionalizzazione delle aziende. 

Il caso del nuovo nazionalismo economico è quello più favorevole agli operatori ed agli utilizzatori di servizi offshore. Maggior protezione e chiusura degli stati equivale a necessità di strutture più pregiate e ricercate, in grado di “dialogare” con nazioni tra loro non aperte al libero scambio. 

L’economia di blocco è meno prevedibile, non essendo i “blocchi” attualmente identificabili. 

Il settore famiglie/individui avrà comunque un crescente interesse verso l’offshore e l’internazionalizzazione, con particolare attenzione alle residenza ed alla cittadinanza. 

Mentre Stati Uniti, Europa, Russia, China si scontrano e si indeboliscono a vicenda distruggendo paesi come l’Ucraina, gli individui che ne hanno la possibilità “lasciano la nave che affonda” per dirigersi verso porti più sicuri, ove poter vivere -e prosperare- in santa pace. 

Elaborato e tradotto da un articolo di Mark Pragnell per IFCreview.

Di Andy

International Tax Planner and Offshore Services Provider.